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Un bambino su mille nasce sordo, oggi come ieri, per difetti genetici che impediscono all'onda sonora di essere trasformata in impulso elettrico da inviare al cervello.
Le percentuali di queste malattie non sono cambiate negli ultimi decenni, eppure i sordomuti sembrano quasi spariti, sopratutto nelle generazioni più giovani. Come mai?
Per due ordini di motivi, uno scientifico e uno culturale, spiega Paolo Gasparini, primario di genetica all'Ospedale Burlo Garofalo di Trieste, appena insignito del premio Grande Ippocrate: "Oggi la consapevolezza nella popolazione e nei pediatri è molto più alta rispetto a qualche anno fa. Un tempo il periodo di silenzio durava anche anni perchè nessuno si accorgeva che i piccoli erano sordi, e così diventavano anche muti. Oggi i bambini sono controllati sin dalle prime settimane di vita".
Non solo, grazie ai molti studi effettuati negli ultimi anni, si conoscono geni come la connessina 26, che Gasparini e il suo gruppo hanno contribuito a identificare, e si può quindi, - almeno in alcuni casi - effettuare diagnosi prenatali, predisponendo al meglio l'intervento sul neonato.
Quindi, è difficile che oggi anche un bambino che nasce sordo perda la capacità di parlare: la riabilatazione precoce, le protesi (analogiche e digitali) e gli impianti cocleari gli assicurano un buon sviluppo anche del linguaggio. E forse proprio per questo si è determinato anche un cambiamento culturale. Spiega Gasparini: "Si cerca di integrare questi bambini rendendoli capaci di comunicare normalmente prima possibile: di fatto, pochi genitori preferiscono non intervenire". Sopratutto da quando esistono gli impianti cocleari.

Agnese Codignola

dal settimanale L'Espresso del 4 gernnaio 2012

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